Niger-gate, Cia-gate & giornalisti embedded (da “Lepidezze postribolari”, di Daniele Luttazzi, Feltrinelli, 2007)

La guerra criminale di Bush in Iraq è basata su bugie ( ad esempio, si è fatto di tutto per far credere che Saddam c’entrasse con Al Qaeda e con l’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle ).  L’amministrazione USA arrivò a sostenere che Saddam avesse armi di distruzione di massa, e che c’era stato uno scambio di uranio fra Iraq e Niger. La prova? Un dossier fasullo elaborato da un ex-agente del SISMI!

Ottobre 2002: il settimanale Panorama consegna all’ambasciata USA a Roma un dossier, giudicato falso, con le prove della compravendita di uranio fra Iraq e Niger.

Il 19 dicembre 2002 gli Usa fanno per la prima volta il nome del Niger. A gennaio, Bush afferma che Saddam ha cercato di comprare uranio nel Niger.

Il 7 marzo 2003 Muhammad al-Baradai, direttore dell’Aiea, rivela che i documenti sulla vendita di uranio “non sono autentici”.

15 marzo 2003: il Los Angeles Times rivela che il dossier era stato acquistato dall’intelligence italiana, che poi lo aveva girato ai colleghi britannici e americani.

20 marzo 2003: le truppe USA invadono l’Iraq.

22 marzo 2003: Powell, segretario di Stato, ammette che la Cia aveva messo in guardia Bush sull’autenticità dei documenti.

6 luglio 2003: Joseph Wilson, dopo aver indagato in Niger nel 2002 sulle voci relative al traffico di uranio messe in giro dai neo-con, dice che il caso è una montatura e le voci sull’uranio di Saddam infondate.

8 luglio 2003: la Casa Bianca riconosce l’errore e lo imputa alla Cia.

14 luglio 2003: il Washington Post pubblica il nome di Valerie Plame, moglie di Wilson e agente segreto CIA. Negli USA, dare l’identità di agenti CIA è un reato. E’ il gioco sporco di qualcuno dell’amministrazione Bush che vuole vendicarsi di Wilson con la complicità di alcuni giornalisti.

Nel maggio 2004, il NY Times fa mea culpa:  i propri reportage sull’Iraq non erano stati rigorosi come avrebbero dovuto essere. La giornalista che esagerò le notizie sulle armi di distruzione di massa, aiutando la propaganda di Bush, era Judith Miller.

1 agosto 2004: il Sunday Times intervista l’ex-agente del Sismi Rocco Martino, che accusa il Sismi di aver fabbricato il dossier. Il governo italiano smentisce. Secondo il Financial Times, dal 1999 Martino è una fonte del servizio segreto estero francese, cui avrebbe fornito un documento in cui ipotizzava l’esistenza di un possibile commercio fra Iraq e Niger.

25 luglio 2005: il giornalista Matt Cooper di Time ammette di aver appreso il nome della Plame da Karl Rove e Lewis Libby. Libby ha parlato anche con Judith Miller del NY Times. Rove e Libby sono le menti dell’Iraq Group, la macchina propagandista che ha il compito di vendere al mondo la guerra di Bush truccando le notizie.

La Miller si sta facendo tre mesi di carcere perché il nome della Plame è nel suo taccuino come spia della Cia ( annota “Valerie Flame” ), e lei rifiuta di rivelare la fonte. Per un attimo c’è chi loda la sua integrità, poi si capisce che la Miller sta solo assecondando il gioco sporco dell’entourage di Bush: la sua fonte era Libby. La Miller ha protetto così la macchinazione ai danni di Wilson.

Adesso i  maggiori giornali USA si sono svegliati.  Le accuse quotidiane contro la disonestà dell’amministrazione Bush ormai non si contano più.

Sul NY Times, Frank Rich ricorda che la ragnatela di falsità utilizzate per vendere la guerra in Iraq fu tessuta e mostrata al pubblico da un’operazione propagandistica architettata da uomini della Casa Bianca. Questi riuscirono nel loro intento sia mentendo direttamente ( Bush, Cheney, Powell, Rice, Rumsfeld ) sia servendosi di giornalisti ( Novak, Miller, Woodward ) che si prestarono a divulgare come vere le tragiche favolette promozionali dell’Iraq group di Karl Rove, il direttore marketing della guerra in Iraq; e a tacere cosa sapevano per certo, evitando accuratamente di collegare i puntini per mostrare il disegno completo.

In questo modo, Bush, invece di condurre una campagna internazionale contro il terrorismo e le sue cause, dichiarò unilateralmente una guerra contro uno stato totalitario che non rappresentava una minaccia terroristica, fregandosene bellamente delle leggi internazionali sul trattamento dei prigionieri e di quelle sull’impiego di armi proibite. Bush ha sputtanato l’autorità morale dell’America e la sua popolarità è ormai inferiore a quella di una gallina che sternutisce. L’Halliburton sta pensando di rimpiazzare Bush.*

*Alle accuse di aver evitato di combattere in Vietnam rifugiandosi nella Guardia Nazionale, Bush ha replicato, con affrancatura a carico del destinatario: Nulla di più lontano dal vero. Casomai, non vedevo l’ora di andarci, in Vietnam. Avevo da poco finito il college e quel tipo di avventura non ha prezzo. Soprattutto, bisognava fare qualcosa per salvare quel piccolo Paese dalla piaga del comunismo. Se non lo facevo io, allora chi? Ma sapevo anche che il nostro Paese era in subbuglio per colpa di chi si opponeva a quella guerra. Chi lo avrebbe difeso se la situazione fosse precipitata nel caos?  Occorrevano uomini ben addestrati che fossero pronti in ogni momento. Cominciai a capire che il mio Paese aveva più bisogno di me qui che oltreoceano. Certo, essere nella Guardia Nazionale non era così macho, ma ero io quello che doveva guardarsi allo specchio la mattina. E servire fra i riservisti non era un ballo di valzer! Nossignore. Non sapete di cosa state parlando.  Nei weekend c’erano le adunate negli hangar. Tutti i sabati e tutte le domeniche. Hangar dove si tremava dal freddo al punto che dovevi indossare una calzamaglia così stretta che poteva darti problemi vascolari. Il capitano poi era un tipo burbero che se gli girava ti buttava all’aria il tavolo da poker. Una volta ci portò nei boschi e ci lasciò lì con niente altro che una bussola. Una mossa sbagliata e potevamo finire a Palm Beach. Io riuscii miracolosamente a tornare, ma alcuni miei compagni non furono così fortunati e dovettero telefonare ai genitori che li venissero a prendere. Dopo il servizio militare nella Guardia Nazionale,  per due anni ebbi incubi in cui affogavo in una piscina piena di sciroppo d’acero. Spesso scoppiavo a sghignazzare per nessun motivo.  Sarei potuto andare da uno psichiatra, come no, ma ero troppo preso a fare soldi nella Carlyle, la società petrolifera di cui la mia famiglia è socia coi principi sauditi.

L’unico nel gruppo di maniaci a sembrare ragionevole era Colin Powell. Nelle riunioni interveniva per dire:- Ragazzi! Non possiamo attaccare le Hawaii!  Sono un nostro Stato!-  Il branco ha punito il secchione mettendogli in mano un flaconcino con dentro della polvere gialla. Powell c’è cascato e ha convocato una conferenza stampa per mostrare  il flaconcino come prova dell’esistenza di armi di distruzione di massa. In mondovisione! Che coglione. Resosene conto, si è dimesso. Adesso gestisce  un allevamento di vergogna alle Hawaii!

La CIA ha ammesso che non c’erano prove che l’Iraq avesse tentato di comprare uranio dal Niger, ma che comunque questo era l’indizio che la parola “Iraq” poteva essere usata in una frase insieme alla parola “uranio”.

In Italia, Carlo Rossella, Giuliano Ferrara e Christian Rocca sono stati i più fanatici propagandisti della guerra criminale di Bush, guerra i cui risultati più notevoli sono la diffusione del terrorismo in Europa, centinaia di migliaia di morti in Iraq e la decisione delle nostre tv di occuparsene in modo massiccio, ad esempio con frequenti collegamenti dall’Isola dei Famosi.

Rossella, con vari editoriali su Panorama, ha colpevolmente accreditato la guerra in Iraq come una guerra contro il terrorismo, arrivando a mandare in edicola un numero del settimanale ( “Avanti, marines!” ) così spudorato che la redazione tutta, in ultima pagina, se ne dissociò con un comunicato.  Sempre Rossella si produsse a Domenica In in un accorato appello alla guerra contro Saddam perchè “possiede armi di distruzione di massa”. Sempre lui, ricevuto il falso dossier sull’uranio in Iraq, dopo averlo giudicato una patacca lo passa lo stesso all’ambasciata americana a Roma. Qualche mese dopo, Bush se ne serviva per giustificare la guerra a Saddam. ( Nota personale: me ne andai da Rolling Stone quando il direttore Carlo Antonelli intervistò Rossella senza chiedergli conto di tutto lo schifo bellico che lo riguardava, anche se un mio articolo su Rolling Stone | settembre 2004 | aveva attribuito a Rossella tutte le sue puzzolenti responsabilità, un anno prima che Repubblica facesse scoppiare in Italia lo scandalo Niger-gate. )

Con Ferrara, uno che mangia come Caligola,  la “guerra contro i terroristi che tagliano le teste” ha assunto le tonalità fallaciane anti-islamiche papiste care al Presidente del Senato Marcello Pera.  Non ha esitato a usare la propaganda psicologica più feroce:  quattro pagine del Foglio con foto a colori della decapitazione di ostaggi. Sul Foglio ha pubblicato gli articoli di Michael Ledeen, teorico neo-con della guerra di Bush.*

* Negli primi anni 80, Ledeen, corrispondente da Roma per the New Republic, ricevette, secondo il faccendiere Francesco Pazienza ( P2, Sismi ) che per la vicenda venne condannato, almeno 120mila dollari dal SISMI per un lavoro di disinformazione ai danni del presidente Carter che metteva in mezzo il  fratello di questi, Billy,  e Gheddafi. Risultato: Reagan vinse le elezioni.  Ledeen ha ammesso che una sua società di consulenza, la I.S.I.,  lavorava per il Sismi, ma definisce quelle di Pazienza bugie. ( fonte: The Wall Street Journal, articolo di Jonathan Kwitny, 1985 )

Ledeen fu anche fra i più accesi sostenitori della “pista Bulgara” che collegava Ali Agca al KGB. Perfetto spot da guerra fredda per Reagan, ma inverosimile. –Ali Agca è un Lupo Grigio, ovvero un fascista turco; improbabile che lavorasse coi comunisti bulgari,- ride Frank Brodhead, autore di The Rise and Fall of the Bulgarian Connection. Nel marzo 2006, la commissione presieduta dal senatore di FI  Paolo Guzzanti ha riaperto il caso per affermare che la pista Bulgara era vera. Le prove? Quelle vecchie, fasulle.

Ledeen fece poi parte dello staff di Reagan al National Security Council ed ebbe un ruolo chiave nell’iniziare lo scambio illegale “armi in cambio di ostaggi” con l’Iran che divenne noto come lo scandalo Iran-contra.

Ledeen, 65 anni,  è amico dell’ex Ministro della Difesa Antonio Martino ( FI, fece domanda per entrare nella P2 ) e del capo del Sismi Nicolò Pollari. –Ledeen è collegato a tutti i giocatori,- dice Philip Giraldi, che negli anni 80 era in Italia per la CIA.

Nel 1998, Ledeen firmò, con ultraconservatori quali John Bolton, Richard Perle, Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz ( “i Vulcaniani”, si facevano chiamare )  una “lettera aperta” al presidente Clinton in cui lo si invitava a deporre Saddam Hussein. Grazie alla sua amicizia con Karl Rove, Ledeen fa parte dell’Iraq Group, che di recente è stato accusato di aver “venduto” al pubblico l’invasione dell’Iraq.  Nelle interviste, Ledeen sostiene di essere contro la guerra in Iraq. Ma oltre alla lettera a Clinton, appena 4 ore dopo l’attacco alle Torri Gemelle scrisse un post sul sito della National Review spronando Bush a portare la battaglia “direttamente a Saddam sul suo territorio”. Più volte, nella sua rubrica sulla National Review,  ha espresso l’auspicio di una guerra non solo in Iraq, ma anche in Iran, Siria, Libano e Arabia Saudita. “ Alla svelta, per favore! “ è il suo tormentone. Distruzione creativa, la chiama.

Quante coincidenze ci vogliono per fare un complotto?

Nel 1972, Ledeen scrisse il libro Universal fascism, in cui esaltava il fascismo come movimento rivoluzionario. Da 17 anni, Ledeen ha un ufficio all’American Enterprise Institute a Washington, il think thank neo-con da cui Bush ha attinto una dozzina di membri della propria Amministrazione. Sul suo tavolo, una maschera di Darth Vader.  ( E’ anche spiritoso.)

Rocca ha scritto addirittura un libro sulla guerra in Iraq in cui rifrulla tutto l’armamentario dei neo-con americani per dire che insomma la cacciata di un dittatore dovrebbe essere una posizione di sinistra.  Nulla sul fatto che il gas con cui il dittatore Saddam sterminò i curdi veniva da una azienda di Bush padre.  Né una parola sul fatto che quella in Iraq sia una guerra illegale e coloniale basata su bugie e sulla strumentalizzazione bieca delle emozioni seguite all’attentato del 9/11. George Bush non è James Stewart, è Liberty Valance. ( A Roma, il libro di Rocca è stato presentato da Adriano Sofri, Ferrara e Fassino! ) *

* Fra i più attivi della nidiata ofidica di Giuliano Ferrara, nel 2001 Rocca si scagliò dalle colonne del Foglio contro Satyricon, per denunciarne la somiglianza col David Letterman Show. Si zittì quando un lettore del Foglio gli fece notare che la somiglianza era voluta ( nonché dichiarata da me nelle interviste ) in quanto Satyricon parodiava le rubriche di Letterman. Il talk-show americano è un genere, non un format. Tutti i talk show USA sono identici. Tutti si ispirano al Tonight show di Steve Allen, che negli anni ’50 lo inventò. E’ come accusare il tg1 di copiare i tg USA perché anche lì ci sono giornalisti che leggono notizie!  Quando gli italiani hanno visto che anche gli show di Jay Leno e di Conan O’Brien erano identici al Letterman ( e viceversa, dato che Letterman non ha inventato il genere ) Satyricon era già stato sospeso.

Di recente, Rocca si è cimentato in una smentita spericolata del mio post sul Nigergate. La tecnica, tipica dei bloggers neo-con USA, è quella di contestarti anche le virgole affastellando pseudo-informazioni che sembrano smentirti, col risultato di confondere chi non è bene informato. Si solleva polvere per nascondere l’insieme.  Secondo Rocca, non è vero che Rove fece propaganda presso le parrocchie evangeliche con un video in cui si vedevano Bush e Cristo in split-screen; che Wilson fosse inviato dagli USA in Africa col ruolo di “ambassador”; che Wilson negasse lo scambio di uranio fra Iraq e Niger come invece sostenuto nel documento fasullo; che il dossier fasullo c’entri con Wilson e il Plamegate; che il LA Times avesse parlato per primo del dossier fasullo; che Bush parlasse dello scambio di uranio già nell’autunno del 2002, qualche mese prima del Discorso sullo Stato dell’Unione; che Powell avesse messo in guardia la CIA sul dossier fasullo; e che la Casa Bianca a un certo punto riconosca l’errore e lo imputi alla CIA.  Purtroppo per Rocca, invece, è tutto vero. Farebbe meglio a informarsi, visto il Magazine del Corriere della sera lo presenta come “esperto di politica americana”. ( ! )

Se agli scettici non bastassero i documenti reperibili in rete, nè le parole di Bill Keller  ( executive editor del NY Times, impedì alla Miller di continuare a scrivere sull’Iraq perchè i suoi pezzi puzzavano di propaganda; e con una e-mail ai giornalisti del NY Times   contestò alla Miller la copertura delle fonti governative del complotto ),  nè la ricostruzione di Repubblica ( il depistaggio di Pio Pompa e le invenzioni del Sismi pubblicate dietro pagamento dall’agente Betulla, alias Renato Farina, potrebbero aver intontito il lettore non accorto ) forse una recente notizia dell’Associated Press può servire da promemoria:

Former CIA officer: Cheney, Rove engaged in ‘whispering campaign’. Plame alleges Bush administration officials ruined her career.

Friday, July 14, 2006

WASHINGTON (AP) — Former CIA officer Valerie Plame and her husband, former Ambassador Joseph Wilson, said Friday they decided to sue Vice President Dick Cheney and presidential adviser Karl Rove because they engaged in a “whispering campaign” to destroy her career.

In the suit filed Thursday in U.S. District Court, Plame and her husband said that Cheney, Rove and Cheney’s former chief of staff, I. Lewis Libby, leaked her CIA status to reporters to punish Wilson for criticizing the Bush administration’s motives in Iraq.

Plame’s identity as a CIA officer was revealed in a July 14, 2003, article by syndicated columnist Robert Novak. At the time, Plame’s job as an operations officer was classified information. Novak’s column appeared eight days after Wilson alleged in an opinion piece in The New York Times that the Bush administration had twisted prewar intelligence on Iraq to justify going to war.

The CIA had sent Wilson to Niger in early 2002 to determine whether there was any truth to reports that Iraq had made a deal to acquire yellowcake uranium from the government of Niger to make a nuclear weapon. Wilson discounted the reports, but the allegation that Iraq was trying to buy uranium from Africa ended up in President Bush’s 2003 State of the Union address. *

The lawsuit alleges that Cheney, Libby and Rove “secretly spread rumors” that Plame used her position at the CIA to get her husband sent on the Niger trip. It accuses the White House officials of violating the Wilsons’ constitutional rights to equal protection and freedom of speech. It also accuses the officials of violating the couple’s privacy rights.

* Un articolo dettagliatissimo pubblicato nel luglio 2006 su Vanity Fair USA a proposito delle bugie di Bush & Co. per giustificare la guerra ( “ The war they wanted, the lies they needed “ di Craig Hunger, pagg.92-97, 149-156 )  ricorda che lo scambio di uranio yellowcake fra Niger e Iraq venne smentito dai francesi nel 2001, dalla CIA, dal Dipartimento di Stato, da analisti del Pentagono, dall’ambasciatore in Niger e da Wilson. Ma Cheney insiste, e la CIA torna dai francesi ( il Niger è una ex colonia francese ) chiedendo di nuovo notizie sullo scambio di yellowcake. I servizi segreti francesi mandano di nuovo 5 o 6 uomini in Niger a verificare e di nuovo provano che sono accuse false. Quindi s’accorgono che le voci combaciano col falso dossier di Rocco Martino. E’ la primavera del 2002. 1° maggio 2005: il London Times pubblica un documento riservato dell’intelligence inglese che svela come l’amministrazione Bush già nell’estate 2002 avesse deciso di invadere l’Iraq e di “ alterare a questo fine fatti e intelligence “.

Nell’ agosto 2002, la Casa Bianca crea l’Iraq Group, allo scopo di preparare il pubblico americano alla guerra in Iraq attraverso i media, con tecniche di marketing che facciano leva sulla paura delle minacce biologiche, chimiche e nucleari. Il falso dossier Niger è uno dei tasselli chiave. Dal settembre del 2002 la Rice, Bush, Cheney e Rumsfeld cominciano a parlare della minaccia nucleare di Saddam in interviste e discorsi.  Una fonte della Casa Bianca, Scooter Libby, passa degli “scoop” su questa minaccia a giornalisti creduloni e/o complici. L’8 settembre, il NY Times mette in prima pagina un articolo di Michael Gordon e Judith Miller sull’Iraq che avrebbe cercato di comprare speciali tubi d’alluminio per le centrifughe con cui arricchire l’uranio. Il 24 settembre, Tony Blair rilancia la bufala sull’acquisto di uranio. L’ottobre 2002, Rocco Martino passa il falso dossier a Panorama. Diretto da Carlo Rossella, Panorama ( Mondadori, Berlusconi ) ha, fra i suoi collaboratori, oltre a Ferrara e Farina, Michael Ledeen. ( Non ci sono prove che Ledeen sia implicato nel dossier fasullo. Ledeen querela chi si azzarda a ventilare l’ipotesi. ) Rossella passa il documento all’ambasciata USA a Roma. Il capo della CIA Tenet cerca di impedire a Bush di fare affermazioni false sullo yellowcake iracheno. Ma nei due mesi seguenti, dicembre 2002 e gennaio 2003, Bush, Cheney, Rumsfeld, Powell e la Rice dichiarano pubblicamente che l’Iraq ha cercato di comprare uranio dal Niger. Alla fine di gennaio, Bush ne parla nel Discorso sullo Stato dell’Unione. Il 19 marzo 2003 cominciò la guerra in Iraq.

Non ce l’ho con l’America. Vorrei solo che la togliessero ai cretini che se ne sono impadroniti.

Nel frattempo, a Roma, i topi sono quadruplicati. S’è sparsa la voce che  Giuliano Ferrara è fatto di formaggio.

 

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